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12190890_1694808894085725_5177138654539555814_nQUARTO GIORNO – Potete vedere il Terzo giorno Cliccando Qui

La popolazione era stremata, dalla paura, dalla mancanza di notizie certe. Il mercato del venerdì sul campo sportivo, si trasformò in un corteo di rivolta, che marciò fin sotto la casa comunale. C’era solo un vice-vice Sindaco che si trincerò nel palazzo e il Prefetto lesto lesto, fu costretto a mandare a protezione un intero battaglione di celerini.
Le scosse si fecero più palesi e si avvertivano nettamente, non solo nei piani alti dei palazzi. Non c’era più un periodo di calma tra uno sciame e l’altro, ma era quasi un unicum, come un lamento continuo e straziante della terra.
Alle due del mattino, una scossa di magnitudo 4.9 lesionò il campanile della Chiesa della Trinità e quasi come un presagio, caddero rovinosamente, tutti gli affreschi dalla volta della navata centrale e del cupolone nella Chiesa del Santo Spirito.
I lampadari oscillavano vistosamente. Caddero, dalle pareti delle case, quadri e bicchieri. La gente in pigiama o in camicia da notte si riversò per le strade e nelle piazze.
– ‘O tarramote, ‘o tarramote, alluccava Nicola ‘a Papera.
– San Gennare mije miettece a mane tu, chiagneva la mogliera capera precipitandosi a seguito per le scale.
– Ferdinà, urlò al figlio, va a chiurera a porta e puoteme ll’oro ra nonna, ‘ncopp’o cummò.
Il resto della nottata passò coi falò accesi, seppure facesse già caldo in quel mese di maggio. Ma sapete com’è: non fa terremoto la gente in strada senza un fuoco acceso, disse qualcuno che ne sapeva assai.
Fu solo in tarda mattina che qualcuno girò il capo verso il Vesuvio e cacciò un urlo.
– Maronne ro Carmine. Uardate ‘o Vesuvio: l’è asciuto nu frùnghele!
Il cono era a forma strana e sul lato che guardava Pompei, s’era formato una specie di enorme deformazione. Il magma, sotto la spinta della risalita, non trovando varco nel condotto eruttivo, intasato e occluso dall’eruzione del ’44, cercava un’altra strada per potersi presentare.
La popolazione ammutolì e perfino il traffico assordante si fermò. Fu un lungo istante che parve eterno, un lungo brivido condiviso, da schiena a schiena, trasmesso come un virus che infettava la mente e il cuore di ciascuno.
– Pataterne mije ‘o Vesuvio stà scuppianne, urlò qualcuno e come d’improvviso tutti, nessuno escluso, viecchie e giuvene, scugnizze e giuvinotti mi misero a gridare tutti assieme e iniziò la fuga scellerata.

Di Biagio Fioretti

Biagio Fioretti nasce a Torre qualche anno fa; era di dicembre e proprio sulla linea di confine tra le due Torre. Manco a dirlo ci fu una gran disputa su chi dovesse trascrivere tanto natale. Vinse il Savoia proprio sulla Turris e tanto fu. L ‘unica certezza sulla quale gli storici concordano, è e fu sulla sua vesuvianità. Scrisse e studió in ragione di quel Vesuvio che amó e odió e ne fece sua dolce ossessione. Vive tuttora e da geologo, continua a sognare le vigne di uva caprettone della sua amara terra.

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